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Blackout, di Gianluca Morozzi: personaggi solidi, una narrazione incalzante e un intreccio agghiacciante

Immaginate di vivere una torrida giornata estiva in una Bologna praticamente deserta. Di non vedere l’ora di bere un bel bicchiere d’acqua fresca, di farvi una doccia, di spiaggiarvi sul divano per recuperare le forze. Immaginate di salire in ascensore, pochi piani vi separano dal vostro appartamento, il caldo è ormai insopportabile e con voi ci sono altre persone che evitate con imbarazzo di guardare. Immaginate che l’ascensore si blocchi, nel bel mezzo della salita.

Le luci si spengono. Blackout.

Queste sono le premesse – ottime direi – di Blackout, scritto da Gianluca Morozzi. Un’ambientazione che si compone di pochi, semplici elementi, unita a una narrazione ritmata danno vita, in questo thriller all’italiana, a una vicenda angosciante, che nessuno vorrebbe mai vivere.

Trama

Il giorno di ferragosto tre persone – la studentessa e cameriera Claudia, il giovane Tomas e il serial killer Ferro – si trovano per caso sullo stesso ascensore, che improvvisamente si blocca, lasciandoli isolati da tutto e da tutti. A poco serve gridare e chiamare aiuto: Bologna sembra deserta. Come se non bastasse il caldo, la mancanza d’aria e il nervosismo non fanno che alimentare la tensione all’interno della cabina.

Recensione

Leggendo libri e guardando film da anni so quanto sia complicato creare una storia originale e complessa. Blackout ha un grande punto di forza, che va oltre la buona scrittura. Questo romanzo di Gianluca Morozzi funziona perché si fonda su una costruzione narrativa semplice e su una trama che non parte alla ricerca di chissà cosa. Abbiamo un chi, un dove e un cosa ed è tutto ciò che serve per dare vita a una vicenda angosciante a una tensione palpabile, a una bomba pronta ad esplodere. Ho trovato le stesse premesse anche in alcuni romanzi di Stephen King.

Una coppia si rifugia in una casa isolata per passare un weekend di passione, lontano da tutti. Lui ha un infarto, lei rimane ammanettata al letto. Da sola…forse. Ecco che abbiamo Il gioco di Gerald.

Mamma e figlio cercando di proteggersi da un cane rabbioso, chiudendosi nella loro auto. Questa è la trama di Cujo.

Se ci fate caso gli elementi a disposizione sono pochissimi, un luogo chiuso, dei protagonisti e un nemico, che può essere una situazione ostile, un essere umano malvagio o un animale fuori controllo. È la semplicità a lasciare lo spazio a ciò che davvero conta. Uno spazio chiuso spinge al massimo la caratterizzazione psicologica dei personaggi, facendo uscire il meglio e il peggio di loro, mostrando le loro paure e le loro debolezze. Tutto è più drastico e teso, più incerto e la stessa costruzione narrativa diventa più angosciante per il lettore…sempre che l’autore sappia gestirla.

Gianluca Morozzi dimostra qui di saperlo fare davvero bene, ma già ne ho avuto prova grazie alla lettura di Radiomorte, altro suo romanzo. Anche in Radiomorte i protagonisti, una famiglia apparentemente perfetta, ma composta da debosciati, si trovano chiusi in uno spazio ristretto, a combattere fisicamente e psicologicamente con un nemico. E anche in questo caso l’approfondimento morale delle figure in gioco è stato magnifico.

Blackout compie lo stesso procedimento (e mi viene da chiedermi se Morozzi apprezzi particolarmente queste ambientazioni), estremizzando ancora di più la vicenda e schiacciando tre individui in un luogo davvero ristretto. Il fulcro del romanzo è tutto lì, all’interno di quell’ascensore maledetto che sembra tirare fuori la componente ferina del loro essere.

Come romanzo thriller Blackout non è né impegnativo, né lungo, ma cela una certa pesantezza psicologica. Quella di Morozzi è una scrittura al tempo stesso cruda ed emotiva, capace di mostrare con una semplicità ancora più agghiacciante le oscurità dell’animo umano, il pensiero di individui che celano una natura mostruosa dietro un’apparente normalità. Ferro, padre di famiglia e serial killer, ne è un esempio perfetto, così morale con moglie e figli, ma anche artista dell’immoralità, lui che uccide solo per il brivido e quel senso di compiacimento personale. Morozzi narra i suoi pensieri con trasparenza, dandoci la possibilità di stare a tu per tu con una mente disturbata. E dopo averci introdotto questo predatore, esegue un’operazione narrativa tanto semplice quanto affascinante: lo chiude con due potenziali prede. Cosa potrebbe succedere in una situazione del genere? Non ci resta che leggere azioni e reazioni di questi personaggi in balia del caso, del caldo, della stanchezza e della disperazione, per scoprirlo.

Ho apprezzato moltissimo lo stile di questo autore bolognese, stile che riesce a delineare con cura i personaggi nei loro punti di forza e nei loro drammi umani. Man mano che la lettura procede si impara a conoscerli, tramite un approfondimento psicologico spontaneo e accurato, che non lascia spazio a forzature, se non quelle che un essere umano può dimostrare in casi estremi.

Sono quasi tutti personaggi messi alle stretta dalla vita, quelli di cui lui parla, tediati da intense sofferenze interne di cui veniamo resi partecipi e nelle quali, in alcuni casi, ci possiamo riconoscere. Questo si intreccia con forza alla componente thriller del romanzo, che intrattiene, tiene col fiato sospeso, ma al tempo stesso mostra una realtà dove l’essere umano fatica a entrare in comunione con il prossimo, dove la modernità è sinonimo di conflitto interiore e dove l’individuo messo alle strette si trasforma in un animale.

Un solo particolare mi ha convinto poco, una componente che per un thriller dovrebbe essere fondamentale: il finale. Non posso ovviamente fare spoiler, ma posso affermare che primo impatto ho storto un po’ il naso, ma ho anche capito che nel senso generale dell’opera, il finale di Blackout ha un significato simbolico perfettamente in linea con quello che si legge per tutto il romanzo e che va a rafforzare quel senso di sconfitta morale e intellettuale che caratterizza l’uomo moderno.

Voto: 4 pescetti su 5

Consigliato a chi: cerca un bel thriller all’italiana; si domanda con curiosità dove siano tutti a ferragosto; apprezza le storie di tensione scritte bene e composte da elementi essenziali.

Sconsigliato a chi: vuole leggere una storia edificante di eroismo; soffre di claustrofobia; è un fan di Elvis (non lo ascolterete più nello stesso modo).

12 thoughts on “Blackout, di Gianluca Morozzi: personaggi solidi, una narrazione incalzante e un intreccio agghiacciante

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