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Tra innocenza e maturità: Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Si sale di livello ragazzi. Siamo di nuovo qui per parlare di Harry Potter. Ormai sembra quasi di gestire una rubrica dedicata.
La mia ritrovata passione per la lettura mi ha portata a terminare un altro volume di questa serie stupenda che da poco ha compiuto vent’anni e che su blog, forum e siti vari sta avendo nuovamente un enorme successo. Sembra che tutti vogliano rileggerla e parlare della propria esperienza personale con il capolavoro in sette volumi di J. K. Rowling, donandogli il giusto riconoscimento, e io non sono da meno.


Volume dopo volume la saga di Harry Potter mi ha convinta e conquistata sempre di più, tanto che quando è uscito il terzo romanzo ormai io ero molto più che una fan. Ero una vera e propria fangirl, uno di quegli individui che (allora mica lo sapevo, altrimenti mi sarei identificata con maggiore facilità) si definivano Potterhead. Sì, insomma, una sfegatata, una sorcina del Ragazzo che è sopravvissuto.

Quindi perdonate il mio essere un po’ di parte e preparatevi a un’altra recensione più che positiva di questo terzo volume.

Trama

L’estate è come sempre un periodo piuttosto difficile per Harry Potter, un po’ perché abitare con gli zii e il cugino non è mai stato particolarmente bello, un po’ perché è dura essere se stessi in una realtà dove la magia è vista male. Ma Harry stringe i denti e aspetta che arrivi il momento di ricongiungersi con i migliori amici e iniziare un nuovo anno alla scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. È talmente entusiasta e fiducioso che nemmeno la notizia dell’evasione di un pericoloso criminale sembra turbarlo. Uno spiacevole incidente lo costringe però a lasciare in anticipo la casa degli zii e ad immergersi nel mondo dei maghi, per scoprire in fretta che l’evaso di cui tutti parlano è un mago fuggito dalla nota e oscura prigione di Azkaban. Perché Black rappresenta l’incubo della comunità magica? E perché tutti sembrano essere così cauti nel parlare di lui in presenza di Harry?
Tra lezioni di magia, esami e nuove rivelazioni, Harry, Ron ed Hermione sono chiamati ad affrontare un nuovo pericolo e fare i conti con la difficoltà di distinguere tra nemici e alleati.

Recensione

Temete sia arrivato il momento in cui ancora una volta mi metto a parlare di quanto è bello, avvincente ed emozionante Harry Potter? Ci avete preso, perché Il prigioniero di Azkaban non fa che riconfermare ciò che ho detto per i volumi precedenti.

La scrittura semplice che ha caratterizzato i primi due libri della saga rimane molto accessibile anche a bambini e ragazzi, ma comincia ad assumere delle sfumature percettibilmente più adulte. Ciò che accade dal punto di vista formale si può riscontrare anche nella trama che inizia ad essere proiettata verso la storia vera e propria della lotta di Harry contro il male.

La trama bene o male è quasi sempre la stessa in tutti i romanzi, o meglio (cerchiamo di essere precisi, suvvia!) non tanto la trama, quanto piuttosto la struttura narrativa: Harry sta a casa degli zii, combina un guaio, torna a scuola, succede qualcosa di OMG, roba varia e poi c’è la lotta contro il nemico. Questa può sembrare una critica, se letta senza contestualizzare, ma non è affatto così. Quello che il lettore percepisce è piuttosto uno schema di base che funziona proprio come quello di una fiaba classica. C’è una situazione di stabilità che viene sconvolta da un elemento di disturbo e l’eroe (o l’eroina, o gli eroi) si trovano a fronteggiare il cattivo alla fine.

Sulla base di questa struttura principale si intrecciano poi gli eventi veri e propri che non si ripetono da un libro all’altro, sono sempre originali e sempre più maturi. Ciò che più conta e che rende la saga di Harry Potter estremamente ben costruita è che pochi avvenimenti sono davvero fini a se stessi, soprattutto a partire da questo capitolo. Tramite l’arrivo di un nuovo personaggio, che rappresenta una minaccia inquietante, si stabilisce un ponte tra questo romanzo e i successivi. Grazie ad alcuni eventi di questa fase della narrazione Lord Voldemort fa ancora sentire la propria cupa influenza, ed è solo questione di tempo (nessuno spoiler, la cosa si percepisce a pelle e basta) prima che i nostri amati protagonisti debbano riaffrontarlo. Con esso, molte altre problematiche magiche e morali. J. K. Rowling dimostra ancora una volta di essere brava nel mescolare realtà e finzione a scopo quasi educativo, senza però avere la superbia di donare grandi verità con cui affrontare la vita. In particolare riprende lo stesso modo di narrare dei primi due volumi della saga, avvicinando il mondo dei maghi a quello reale sotto vari aspetti, anche scomodi.

Si affronta il leitmotiv della paura nelle sue diverse forme e del modo migliore per affrontarla (bei pensieri, una bella risata e un po’ di cioccolata); si torna a parlare del bullismo e della discriminazione del diverso, tramite il contrasto già toccato tra purosangue e mezzosangue, si analizza la nostalgia di ciò (o di chi) non c’è più e si fa per la prima volta una riflessione su una questione controversa come la pena di morte, presente anche nel mondo dei maghi. È difficile infatti leggere della pratica del Bacio del Dissennatore, quella che le guardie della prigione di Azkaban effettuano sui criminali irrecuperabili e non notare un triste parallelismo con il tema attualissimo della pena di morte, ancora in vigore in molti stati generalmente considerati “civili”.

La Rowling non esprime alcun giudizio morale in merito, lascia che siano i suoi lettori a farsi un’idea, descrivendo gli effetto di un simile procedimento “legale”. Che sia giusto o no, non si può non provare un brivido nel leggere ciò che i Dissennatori, creature senz’anima, fanno ai carcerati, tanto che si assottiglia incredibilmente il confine tra carnefice e vittima.

I Dissennatori sono le creature più disgustose della terra. Infestano i luoghi più cupi e sporchi, esultano nella decadenza e nella disperazione, svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda. Perfino i Babbani avvertono la loro presenza, anche se non li vedono. Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Se appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui… malvagio e senz’anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita

 

Questa piccola digressione serve di nuovo a spendere qualche parola di ammirazione nei confronti di quest’autrice, da me amata ora come vent’anni fa. Con garbo e semplicità è sempre in grado di dare vita a una trama ricca di avvenimenti e colpi di scena, di riprendere grandi ideali come quelli dell’amicizia, del coraggio e della generosità verso il prossimo, ma insegna anche bambini e ragazzi ad affrontare tramite la lettura temi di vita vera e a formulare riflessioni importanti in merito.

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban è dunque un meraviglioso esempio di letteratura Young Adult ben riuscita, pregna di buoni e cattivi esempi rispettivamente da seguire e combattere. Le riflessioni mature si affiancano però sempre al grande motivo di fondo, forse un po’ buonista, ma che tutti abbiamo bisogno di sentire: il male può essere sempre sconfitto, con un cuore puro e amici fidati.

Voto: 5 pescetti su 5

Consigliato a chi: vuole scoprire come si affrontano le proprie paure; desidera leggere un romanzo di formazione sensibile anche alle tematiche delicate; vuole dare un’occhiata alla Mappa del Malandrino;

Sconsigliato a chi: ne ha avuto abbastanza di ‘ste robe di magia; non ha il permesso di andare a Hogsmeade; chi preferiva le atmosfere fatate dei primi libri.

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