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Fidanzati dell’inverno: un fantasy che si spaccia per romance, ma è molto di più

Fa freddo. Fa proprio un freddo boia, ho una tazza di caffè e ginseng da discount accanto e una coperta pesante sulla schiena per proteggermi da questo gelo umido come un Eschimese tra i ghiacci. Potrei recensire qualunque altra cosa, ma penso che l’atmosfera richieda che io parli di lui, il libro che nei mesi scorsi ha ingorgato Instagram di foto belle e più belle, di recensioni appassionate e menzioni particolari, un libro che già dal titolo alimenta i brividi che sto provando. Sto parlando di Fidanzati dell’inverno, di Christelle Dabos, un romanzo che difficilmente può essere etichettato secondo un genere preciso e che più che altro si presenta come un piacevole misto di fantasy, steampunk, avventura e infine (ma proprio infine) romance.
Fidanzati dell’inverno è stato una sfida, non qualcosa di difficile da leggere come un mattone russo, ma un’altalena di emozioni contrastanti, che tra grande aspettativa, sfiducia e infine soddisfazione mi ha condotto in un mondo nuovo, ricco di fascino e magia, in compagnia di una protagonista che finalmente non è una cretina che si piange addosso ogni due secondi.

Avvertenze: Cerco sempre di evitare spoiler. Qualche allusione velata però la faccio.

Trama

Ofelia è una giovane donna che gestisce un museo assieme allo zio. Un giorno viene chiesta in sposa da uno straniero del Polo, un luogo gelido e lontano visto da tutti come l’estremità selvaggia del mondo. Costretta ad abbandonare il museo, la casa e la famiglia, Ofelia segue il promesso sposo Thorn fino a Città-Cielo, per scoprire presto che questo matrimonio di convenienza cela parecchi segreti, alcuni addirittura pericolosi.

Recensione

Christelle Dabos è un’autrice francese che esordisce proprio con questa saga fantasy e lo fa in modo eccellente, mostrando già una certa maturità di scrittura sia nella costruzione dell’intero romanzo, sia nel linguaggio utilizzato. Lo stile appare fresco e scorrevole, nonostante si possa notare una piacevole patina anticheggiante che si sposa alla perfezione con le tematiche trattate. L’ambientazione creata va dal fantasy allo steampunk e si presta bene ad accogliere personaggi quasi d’altri tempi, appartenenti a un passato alternativo, vagamente affettati ma anche carichi di fascino e più complessi di quanto avrei immaginato.
Ad aprire il cerchio di elementi positivi che mi hanno fatto apprezzare il romanzo non può che esserci proprio il mondo creato dall’autrice, un universo di città sospese nel vuoto abitate da individui di diverse culture. La magia è presente e si intreccia alla vita delle persone, manifestandosi in una realtà coperta da illusioni, negli oggetti che sembrano quasi prendere vita e in alcuni individui particolari tramite capacità speciali. Ciò avviene per la protagonista, un’Attraversaspecchi che sa leggere l’essenza e la storia degli oggetti solo toccandoli.

Credo che la cosa più interessante di questo romanzo sia (oltre al mondo sottosopra che Christelle Dabos ha saputo creare) la presenza di cliché costantemente smentiti e che rendono la lettura di Fidanzati dell’inverno un piccolo viaggio che fino alla fine non si sa mai dove voglia andare a parare.
Sono sempre stata molto critica sull’utilizzo di stereotipi all’interno dei romanzi, ma è normale che ogni tanto un luogo comune cicci fuori. Non è nemmeno tanto colpa di una scrittura ingenua (a volte), ma del fatto che viviamo circondati da queste rappresentazioni e influenzati da una forma mentis che fa dello stereotipo una sorta di mezza verità di cui ridere. E va bene così, a meno che il cliché in questione non rovini la piacevolezza di un prodotto e non porti avanti uno stereotipo offensivo nei confronti di una categoria o di una minoranza. Fidanzati dell’inverno non compie mai questo errore, preferendo piuttosto presentarsi in una veste ingannevole, quella del romanzo principalmente romance, distanziandosi poi dal genere in una sorprendente ambizione di indipendenza. Lo sviluppo della trama non sfocia in qualcosa di completamente innovativo, ma a conti fatti tutte le volte che si dimostra scontato compie un cambio di rotta e stupisce il lettore. In questo senso l’autrice ha dimostrato di sapere il fatto tuo.

Questo desiderio di recuperare i cliché dei più recenti e famosi romanzi YA (Young Adult, per chi non fosse familiare con l’acronimo), di riproporli in parte e poi distruggerli per farci capire che non tutte le protagoniste sono delle mezze platesse come Bella Swan, è ciò che secondo me rappresenta il maggiore punto di forza di questo romanzo e che si mostra come un’arma grazie alla quale è ancora possibile salvare la letteratura d’evasione da una dannosa omologazione tematica. Ciò avviene sia nella caratterizzazione dei personaggi, sia nello sviluppo dei rapporti tra questi.
La protagonista del romanzo è Ofelia, una giovane donna con la capacità di leggere la storia degli oggetti che tocca e di attraversare gli specchi per spostarsi da un luogo all’altro. Il suo mostrarsi come modello letterario già visto in molti YA non deve trarre in inganno, perché le sue apparenti debolezze (la goffaggine, la riservatezza, l’aspetto fisico poco attraente e l’incapacità di decidere per la propria vita) non sono solo un pretesto per dare vita a una trama scialba o per movimentare un po’ la piattezza psicologica del personaggio (come purtroppo avviene in alcuni prodotti), bensì elementi che fanno davvero parte della figura di Ofelia e che durante il romanzo vengono giustificati in vari punti. La goffaggine, caratteristica che è già stata un’illustre voce sul curriculum della Bella Swan twilightiana, non viene infilata a forza nella trama per suscitare tenerezza, mentre l’apparente mediocrità fisica che spesso le viene fatta notare da altri personaggi (in primis dalla famiglia) non è un scusa stupida per dare vita a vittimismi. Niente finta bruttezza come si nota in molti altri romanzi per giovani adulti, nessun anonimato scandito da descrizioni insicure di fronte allo specchio e smentito poi inspiegabilmente da una sfilza di maschi che si innamorano della protagonista. La riservatezza di Ofelia, che comunque non si traduce in piattezza caratteriale o remissività, è solo un punto di partenza, un modo per dimostrare le potenzialità di questa figura e per anticipare il fatto che presto esse verranno messe alla prova.

Un’altra piacevole sorpresa è stata per me la gestione dei personaggi secondari e dei rapporti tra questi e la protagonista. Christelle Dabos ha il merito di aver dato vita a individui interessanti non tanto per il loro ruolo (il fidanzato, la madre del fidanzato, la famiglia del fidanzato e il personaggio maschile che vuole insidiare la protagonista sono tutte figure già viste, anche in classici illustri), ma nel modo in cui le loro intenzioni (o meglio della percezione che Ofelia ha di esse) continuano a mutare nel corso del romanzo. Ci sono segreti in ballo, cose non dette, progetti che mettono la vicenda su un piano ben diverso da quello che mi sarei aspettata. Scrivere una storia d’amore diversa dal solito avrebbe significato già ingraziarsi il mio interesse, riuscire addirittura a infarcire la storia di intrighi politici e dubbi sull’integrità morale di alcuni personaggi ha rappresentato un metodo vincente per conquistarmi e per farmi girare un po’ la testa. Anche in libri che dovrebbero richiedere poco impegno mentale apprezzo molto quando la mia capacità di giudizio (già piuttosto scarsa) viene messa alla prova. Che io stia leggendo un giallo o un romance non pretendo di rimanere sconvolta, ma almeno sorpresa e intrigata dallo sviluppo della trama in modo almeno che io non crolli addormentata sul libro quando riesco a prevederne gli esiti. Le uniche cose per cui non voglio sorprese sono le bollette del gas e i risultati delle analisi.
Fidanzati dell’inverno ha saputo toccare le corde giuste, fare leva sulle mie preferenze letterarie per stupirmi e confondermi, per portarmi un istante a dire “Oh no, non dirmi che andrà così, sarebbe davvero scontato”, oppure “pff, tipico di questi romanzi che i due protagonisti si comportino così, so già dove vuole andare a parare” e l’istante successivo vedere smentite le mie previsioni e provare ammirazione per un modo diverso di gestire il tutto.

Insomma, pur con semplicità e senza rivoluzionare il genere, Fidanzati dell’inverno racconta una storia interessante durante la quale in concreto non accadono eventi particolarmente sconvolgenti, ma che sa narrare nel modo giusto la storia di una ragazza che deve affrontare le angoscianti difficoltà di una scelta di vita che non ha compiuto personalmente e che si traduce nel tentativo di adattarsi a un mondo che non le appartiene, tra inganni, dubbi e nostalgia di casa.
Ofelia sembra assorbire quasi con arrendevolezza le imposizioni a cui è sottoposta, mostrandosi però più grintosa e indipendente man mano che il romanzo procede, tanto che quella che inizialmente sembrava essere una caratterizzazione femminile poco degna di nota si rivela una scelta voluta, per esprimere tutta la forza d’animo di questa ragazza in balia degli eventi. I suoi rapporti con gli altri personaggi mostrano riflessività piuttosto che passività e anche la cautela con cui Ofelia si atteggia in presenza di Thorn, il promesso sposo, è un fattore decisamente positivo. Le mie aspettative riguardo ai protagonisti era alta, ma nella mia mente c’era anche un elemento di disturbo che mi ha portato a mantenermi all’erta e scettica, ossia un velo di timore al pensiero che un eventuale interesse amoroso, come la trama del romanzo annunciava, potesse svolgersi in modo troppo prevedibile e irrealistico. Ma se anche mi spaventava l’idea che Ofelia potesse crollare tra le braccia del manzo di turno alla prima occasione, sbavando per addominali scolpiti e uno sguardo intenso, devo dire di non essere rimasta delusa di come invece il rapporto tra lei e Thorn si è sviluppato, in modo piacevolmente delicato, avveduto, proprio come è realistico che avvenga tra una giovane donna sradicata dalla propria realtà e il promesso sposo sconosciuto e scontroso. La caratterizzazione psicologica di lui inoltre non ricorda i tratti più o meno tipici di alcuni personaggi maschili degli YA: gelosia, ossessione per la protagonista, e un velo di violenza nei comportamenti, che vengono spesso esaltati come tratti affascinanti del maschio alfa stronzo. Thorn è semplicemente un giovane uomo dedito completamente al lavoro, un po’ lunatico e volubile, ma con atteggiamenti che non denotano la brama di “possedere” la protagonista, annullandone la personalità e l’indipendenza. Thorn è una figura complessa, di cui non viene svelato tutto in questo primo romanzo della saga e le cui sfaccettature spero non vengano perse nel corso dei romanzi successivi.

L’autrice ha saputo creare una trama non troppo complessa, ma senza dubbio interessante e coinvolgente, personaggi affascinanti e tutt’altro che piatti. Se la saga rispetterà queste piacevoli premesse, anche i romanzi venturi saranno per me un’ottima lettura.

Voto 4 pescetti su 5

Consigliato a chi: desidera la compagnia di una sciarpa animata e sbarazzina; cerca una nuova saga fantasy affascinante e non scontata; è stanco delle solite protagoniste stereotipate; adora gli intrighi di corte.

Sconsigliato a chi: apprezza lo stilema “bello, dannato e stronzo”; ha paura delle altezze; crede che tutto sia sempre come appare; pensa che gli specchi servano solo per il make-up.

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