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Recensione Kiss me First: fuga nella realtà virtuale

Devo ammettere di essere stata, ultimamente, un po’ insofferente nei confronti delle serie tv. Ci sono momenti in cui provo entusiasmo e riesco ad apprezzare molti prodotti, altri in cui l’apatia mi porta a snobbare piuttosto che provare. Non è dunque insolito trovarmi a scorrere annoiata il catalogo Netflix alla ricerca di qualcosa che possa stuzzicare il mio interesse. La stessa scena si è presentata poco tempo fa: divano, pc sulle ginocchia, indecisione tremenda. Fino a che l’occhio non mi è caduto su una novità Netflix dal titolo un po’ ingannevole ma senza dubbio affascinante: Kiss Me First.
Rapida lettura della trama, sguardo di intesa con la mia ragazza ed è subito stato decretato che valeva la pena tentare.

È così che questa serie tv inglese di genere fantascientifico ha occupato non solo quella serata, ma anche la seguente in un binge watching che ho apprezzato particolarmente (sono solo sei episodi, quindi si divora facile). Qui di seguito la mia recensione di Kiss Me First

Recensione Kiss Me First

 

Avvertenze: Cerco sempre di evitare spoiler. Qualche allusione velata però la faccio.

Trama

Leila è una ragazza giovane, timida e insicura legata alla madre da un rapporto di affetto e dipendenza reciproca. Dopo la morte della donna a Leila non rimane altro che immergersi ancora di più nella realtà virtuale di cui già era un’assidua visitatrice, smorzando il dolore a suon di joystick e filtrando il mondo dietro il visore per la realtà aumentata.

Questo mondo è Azana, meta degli appassionati di videogame che desiderano un’esperienza di gioco incredibilmente vivida, ma non solo. In una zona nascosta di Azana Leila (nome in codice: Shadowfax) fa la conoscenza con un gruppo di ragazzi problematici, la Pillola Rossa, che si trova lì non per giocare o divertirsi, ma semplicemente per trovare un angolo di pace e per staccare dalle loro vite complesse.

Il loro leader è Adrian, un mentore per tutti che accoglie Leila nella loro strana famiglia di disagiati sociali. Ma dopo i primi istanti di entusiasmo Leila capisce che c’è qualcosa di strano in lui e nell’influenza che esercita sugli altri.

Recensione Kiss Me First

Recensione Kiss Me First

Kiss me First, dopo essere andata in onda sul britannico Channel 4, ci ha omaggiato della sua presenza su Netflix non molti mesi dopo l’uscita nelle sale cinematografiche di Ready Player One, ambientato in un mondo futuro in cui la realtà virtuale è una fuga contro una vita triste. Di primo acchito dunque, questa serie può sembrare ispirata al recente film di Spielberg, ma non è esattamente così.

Di prodotti ricchi di particolari fantascientifici e di ragazzi che preferiscono il mondo virtuale a quello reale ne è pieno il mondo, ma Kiss me First, pur non discostandosi dal genere e da alcuni stilemi, affronta il tema in modo diverso. Almeno da quello che ho percepito io.

Il primo elemento di grande fascino è la presenza di parti recitate e di parti in computer graphic (quelle spaccano sempre, ammettiamolo), in cui i personaggi sono dotati di divise e accessori molto cool. Ma è proprio il significato di fondo del bisogno che il gioco rappresenta ad avermi conquistata a livello mentale ed emotivo.

Una serie sulla solitudine e il disagio sociale

La solitudine di Leila e la sua devozione ad Azana è tipica di molti ragazzi che non solo amano giocare, ma non si sentono completamente a proprio agio nel mondo reale. Io stessa so perfettamente di essere molto più abile e disinvolta con un controller in mano che sulle mie stesse zampette, perciò capisco quanto la realtà virtuale possa attrarre chi cerca un rifugio.

Questa tematica delicata e attualissima in Kiss me First viene spinta all’estremo e non si riassume banalmente in una volontà di riscatto e di protezione dalle ingiustizie della vita vera.
Il disagio sociale, la sofferenza, la solitudine e la paura sono rappresentati dalla Pillola Rossa, il gruppo di amici capitanato da Adrian che ogni giorno si dà appuntamento dentro Azana e che richiama non troppo sottilmente la pillola che viene data a Neoh per entrare in Matrix.

Attratta prima dal fascino di Tess/Mania, una giocatrice incontrata su Azana e che poi l’ha introdotta nel gruppo segreto della Pillola Rossa, e poi convinta della validità del nuovo gruppo di amici, Leila sfrutterà la sicurezza di questa particolare famiglia virtuale per migliorare se stessa e abbandonare molte debolezze del proprio carattere. Metterà addirittura da parte la timidezza per cercare i membri del gruppo al di fuori del gioco, mettendo così in risalto il primo elemento di originalità di questa serie tv rispetto a molti altri prodotti. Ciò che però appare come un punto di forza a beneficio di Leila si rivelerà come qualcosa di sinistro e pericoloso.

Questo, secondo il mio punto di vista, è un altro punto molto positivo per questa recensione di Kiss me First, un  dettaglio diverso da molti altri telefilm e film sui videogiochi e i videogiocatori. L’argomento principale è sì l’antitesi tra mondo reale e mondo virtuale, ma esso non è il solo. In sottofondo, inquietante e minacciosa, si respira l’atmosfera claustrofobica simile a quella di un culto. La Pillola Rossa non è solo una semplice squadra di giocatori, per quanto atipica, ma è una vera e propria setta caratterizzata da adepti, forme di devozione e da un capo carismatico. Accanto al tema del gioco troviamo dunque anche i temi molto meno sfruttati della manipolazione e della dipendenza.

Quanto è sottile il confine tra bene e male? Quanto è labile la differenza tra amico e mentore? Di chi ci si può fidare, della nostra famiglia vera o di quella digitale? Facendo avanti e indietro da Azana alla realtà Leila cercherà proprio di scoprire qualcosa di più sulle regole interne alla Pillola Rossa e su Adrian, così calmo e comprensivo, ma forse troppo coinvolto nel proprio ruolo di capo.

Recensione Kiss Me First

Il ritmo di Kiss me First è sempre piuttosto serrato e sebbene ci siano molti momenti rilassati è difficile annoiarsi a causa della lentezza o dell’insensatezza delle scene. Di punti morti, insomma, non ce ne sono. Nonostante la presenza di alcune scelte che considero decisamente sbagliate o assurde (la decisione di esplorare alcuni rapporti rispetto ad altri, in primis), la scrittura mi è sembrata piuttosto valida e la regia di Misha Manson-Smith è risultata vincente.

Il rischio di sprofondare nel trash, come tutti voi sapete, è sempre in agguato, ma è stato scongiurato da una buona gestione e da un cast che mi ha convinta. Tallulah Haddon mi è sembrata davvero adatta nel ruolo di Leila, così pallida e timida in alcuni momenti, grintosa e sprezzante in altri. Controverso il personaggio di Tess (Simona Brown), tanto che non ho ancora capito se l’apprezzo o mi sta sulle balle, e piacevolmente enigmatico e profondo quello di Adrian (Matthew Beard). Anche lo strambo aspirante attore Jonty (Matthew Aubrey), ingombrante e vagamente irritante, mi è sembrato nel complesso molto realistico.

Devo ammettere di non aver del tutto capito alcuni dettagli relativi ad Azana e all’intreccio stesso, ma essendo io poco ferrata con il funzionamento tecnico del mondo digitale, attribuisco questa mancanza solo alla sottoscritta, lontra ignorantella. Aspetto comunque la seconda stagione (eh, già, il finale è purtroppo aperto ma sono tanto curiosa da perdonare quest’affronto) per capirci qualcosa di più. Nel frattempo potrei anche tentare la lettura dell’omonimo libro da cui questa serie tv è tratta, scritto da Lottie Moggach.

E voi che ne dite di questa recensione di Kiss Me First? Avete visto la serie? Vi è piaciuta? Avete intenzione di vederla? Dai, fatemelo sapere in un commentino qua sotto. Ah, e se avete capito il significato del titolo, spiegatemelo perché io sono un po’ perplessa. Intanto vi saluto con la zampetta…alla prossima!

Voto Kiss Me First:
4 pescetti su 5

 

Consigliato a chi:

apprezza lo stile e le atmosfere delle serie inglesi; non si fa spaventare dai visi troppo sottili; vuole assistere a qualche scena niente male in computer graphic; vuole un prodotto dal fascino sicuro, ma dai risvolti originali; accetta un po’ di sano mistero (e di non capire sempre tutto).

Sconsigliato a chi:

non sopporta i finali aperti; non vuole più sentire parlare di antitesi tra mondo reale e mondo digitale; o capisce tutto subito o addios! (cit.); ha la fobia di coinquilini rompiscatole.

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