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Una storia di occasioni mancate, complicità e rivalità: L’amica geniale di Elena Ferrante

A volte bisogna cavalcare l’onda, non c’è niente da fare. Passiamo tanto tempo a stilare liste e a fare programmi e poi, come se il caos fosse la norma, accadono cose che mandano tutto all’aria. Io adoro fare programmi e puntualmente vanno in vacca. La volta successiva penso che possa essere diverso, ma forse ancora non ho capito che è semplicemente la vita: alcuni propositi possono essere rispettati, altri devono subire un lieve adattamento alle circostanze.

Il contesto in cui si inserisce la le lettura de L’amica geniale è proprio questo. Ero così fiera della mia To be read list (che in tempi non così angloriferiti si sarebbe chiamata “i libri belli che mi vorrei leggere il prima possibile”), che pensavo avrei rispettato ogni scadenza senza inghippi o cambi di programma. Quando ho poi saputo che avrebbero trasmesso la serie tv tratta dal romanzo di Elena Ferrante la mia nave carica di indicazioni precise è andata a schiantarsi contro un enorme “ma”.
Ho sentito parlare così tanto di questo romanzo (in modo quasi esclusivamente positivo) che ho dovuto adattarmi alle circostanze e includerla nella TBR, scalzando prepotentemente gli altri libri. Insomma, ciao nave.
I sensi di colpa hanno presto lasciato spazio a una grande soddisfazione: L’amica geniale narra una storia di amicizia profonda che prende forma in una realtà dura, ma che sopravvive al tempo e alle fragilità di un’età sferzata dai cambiamenti costanti.

Avvertenze: Cerco sempre di evitare spoiler. Qualche allusione velata però la faccio.

Trama

Napoli, anni ‘50. Elena e Raffaella(Lenù e Lila) sono due bambine di quartiere che per un caso fortuito trasformano la rivalità in complicità e la complicità in amicizia, in uno scenario di paese difficile e dominato da povertà e maschilismo. Attraverso momenti di competizione tra i banchi di scuola e nelle relazioni personali, la voce di Lenù racconta con ammirazione, rivalità e un pizzico di gelosia il suo rapporto con Lila, bambina e poi ragazza strana e piena di fascino, dalla mente acuta e dalla grande determinazione.

Recensione

I libri belli sono quelli che creano uno spazio per il lettore all’interno della vicenda narrata, che lo inglobano nell’ambientazione descritta e che rendono la lettura un’esperienza indimenticabile. Non per nulla i libri che più ci rimangono impressi sono quelli che hanno creato un ambiente meravigliosamente vivido, dove evadere per qualche ora, riga dopo riga, pagina dopo pagina.
Con L’amica geniale Elena Ferrante è riuscita a fare lo stesso grazie a una scrittura eccellente, fatta di frasi poetiche e di incisi sintetici, diretti come colpi di fucile. Con uno stile a tratti morbido e a tratti crudo (che vorrei disperatamente avere anche io quando scrivo), ha saputo sfruttare le brutture di un luogo ostile e di una società arretrata e bigotta, creando un potente e suggestivo elemento di rottura, qualcosa di puro che pur intaccato dal degrado degli eventi e dell’ambiente in cui si sviluppa, non perde mai la propria bellezza e tutte le caratteristiche che lo rendono diverso dal mondo circostante.

Leggere L’amica geniale (primo di una serie di quattro libri) nel 2018 significa fare un drastico passo indietro nella storia del nostro Paese, molto più drastico di quanto si immagini. Gli anni ‘50 sono solo un riferimento scritto nel riassunto sul retro di copertina, poiché l’epoca effettiva in cui il romanzo è ambientato è molto più indietro, ancorato a una realtà rarefatta e ripetitiva, comunque ricca di un fascino innegabile. L’autrice (o l’autore, dato che a coprire questa realtà segretissima in stile CIA è uno pseudonimo) ha modellato un mondo che oggi ci sembra quasi alternativo, incredibilmente vivido e crudo e spesso tristemente ostile ai suoi stessi abitanti. Siamo in un paesino alla periferia di Napoli, un luogo familiare, ma anche difficile, la realtà sociale di un paese che è un grembo materno e un nido da cui è difficile fuggire. È sempre presente come una certezza che spesso si trasforma in incubo e in occasioni mancate per tutti quei personaggi che non possono decidere il loro stesso futuro.

La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi. Certo, a me sarebbero piaciuti i modi gentili che predicavano la maestra e il parroco, ma sentivo che quei modi non erano adatti al nostro rione, anche se eri femmina. Le donne combattevano tra loro più degli uomini, si prendevano per i capelli, si facevano male. Far male era una malattia.

In questa ambientazione mentalmente arretrata, dove aleggia lo spettro oscuro della mafia e le donne sono di proprietà degli uomini e vige una sorta di legge d’onore per chiunque osi guardare, toccare o insidiare le “femmine” che già appartengono a qualcuno, emergono quasi casualmente due piccole figure: Lenù e Lila.
Il loro è un ambiente di nascita nel quale amore e odio si intrecciano, dove la solidarietà di chi lo vive si mescola a episodi di tremenda crudeltà, sotto forma di male lingue, come spesso accade nei paesi. Con questi sentimenti fortemente antitetici si sviluppa anche la loro amicizia, dapprima scaturita da una competitività comprensibile per due bambine, e trasformata poi in un’intensa complicità che prende piede tramite il gioco. L’intreccio tra amicizia e rivalità sarà il filo conduttore che Elena Ferrante manterrà durante tutto il romanzo per descrivere il rapporto particolare, vagamente ossessivo, tra le due protagoniste dell’opera.

Anche andare da don Achille era proibito, ma lei decise di farlo ugualmente e io le andai dietro. Anzi, fu in quell’occasione che mi convinsi che niente potesse fermarla, e che anzi ogni sua disobbedienza avesse sbocchi che per la meraviglia toglievano il fiato. […] Sento ancora la mano di Lila che afferra la mia, e mi piace pensare che si decise a farlo non solo perché intuì che non avrei avuto il coraggio di arrivare fino all’ultimo piano, ma anche perché lei stessa con quel gesto cercava la forza d’animo per continuare.

A una primissima lettura Lila e Lenù appaiono come normalissime bambine di paese, interessate al gioco e capaci di quei colpi di testa tipici dell’incoscienza infantile e adolescenziale. Man mano che la storia si sviluppa, con una scrittura secca e incisiva in grado però di conferire all’opera una profondità incredibile, si comincia a capire che non siamo di fronte a due protagoniste canoniche di un romanzo di formazione. Tramite piccoli gesti di tutti i giorni e battaglie personali a volte vinte e a volte (molto più spesso) perse, Elena e Raffaella si mostrano per quello che sono: due eroine atipiche che esprimono la loro incredibile forza negli istanti apparentemente più insignificanti e nella costante vicinanza l’una all’altra, non sempre esplicitamente descritta come vicinanza fisica, ma mai messa in secondo piano. Il romanzo si sviluppa tutto tra momenti di allontanamento e riavvicinamento, causati da quell’intreccio di amicizia e forte rivalità di cui parlavo poco fa, ma nelle parole della narratrice, la stessa Elena, traspare la presenza costante e quasi ossessiva di Lila, che al tempo stesso diviene elemento di confronto con cui Lenù misura tutta la sua vita, dai successi ai fallimenti, ma che è anche unico punto saldo in un’esistenza continuamente sottoposta ai naturali cambiamenti dell’età.

Rivalità sì, ma anche profondissima amicizia e una connessione tra le due che annulla ogni istante di effettiva lontananza, che le rende entrambe protagoniste vivide, pulsanti, forti contro tutto il resto. Nonostante l’unico punto di vista esistente, si presentano al lettore quasi come un unico personaggio, che si erge saldo contro le storture della società e che si fa forza dell’unione tra due personalità forti per combattere il male che si cela nella realtà di tutti i giorni, ma al tempo stesso mai una volta le due figure si fondono perdendo le loro caratteristiche. Lenù, diligente, tranquilla, ma capace di profonde riflessioni sul mondo e sugli altri. Lila, testarda e determinata, apparentemente insensibile tanto da mostrarsi quasi cattiva, dall’acume impareggiabile e dal fascino percettibile a tutti, nonostante sia sempre stata una ragazzina trasandata e incurante del proprio aspetto. Sebbene accada spesso che tra le due scatti la volontà di imitarsi a vicenda (tentativo che si nota soprattutto in Lenù), sono sempre personaggi ben definiti, profondissimi, riflessivi e sfaccettati.

A differenza di molti altri personaggi del romanzo, profondamente cambiati da eventi esterni, disgrazie e giudizi morali, Lenù e Lila mostrano di accusare il colpo e di subire dei cambiamenti di rotta nelle loro vite, ma restano essenzialmente quelle che sono, parte dell’ambiente, ma non plasmate da esso. Lenù resta la ragazza studiosa e impegnata che cerca costantemente il confronto con Lila, dapprima nell’ambiente scolastico e poi in campo amoroso, e si sente inferiore a lei; quest’ultima mantiene l’intelligenza spiccata e priva di sforzi, per cui era tanto apprezzata dai maestri e dai professori, apparentemente sempre un passo avanti a Lenù, ma in realtà anch’essa frenata da molte insicurezze, che la portano a volere Lenù al suo fianco come unica certezza in un mondo estremamente variabile.

Lila faceva a mente calcoli complicatissimi, nei suoi dettati non c’era nemmeno un errore, parlava sempre in dialetto come noi tutti ma all’occorrenza sfoderava un italiano da libro, ricorrendo anche a parole come avvezzo, lussureggiante, ben volentieri. Sicché, quando la maestra mandava in campo lei o a dire modi e tempi dei verbi o a risolvere problemi, saltava per aria ogni possibilità di fare buon viso a cattivo gioco, gli animi si inasprivano. Lila era troppo per chiunque. In più non offriva spiragli alla benevolenza. Riconoscere la sua bravura significava per noi bambini ammettere che non ce l’avremmo mai fatta e che era inutile gareggiare, per i maestri e le maestre confessarsi di essere stati bambini mediocri. La sua prontezza mentale sapeva di sibilo, di guizzo, di morso letale.

È proprio questa l’essenza de L’amica geniale, un’alternanza continua di complicità e rivalità che in realtà non sono altro che un modo per far capire che, con ingenuità e spesso sbagliando approccio, entrambe pensano all’altra in modo compulsivo. Lenù non perde occasione di notare come Lila voglia superarla in tutto, per rubarle la scena con una facilità che rende il tutto ancora più irritante, mentre Lila (pur filtrata dal punto di vista dell’amica) mostra spesso una fragilità che sembra non appartenerle e invece di voler essere sempre avanti a Lenù cerca in realtà di aiutarla in quello che lei non ha la possibilità di fare: studiare, imparare, fare della propria intelligenza un modo per formare il proprio futuro e sfuggire alla morsa delle costrizioni familiari e sociali.

L’amica geniale narra di una forte amicizia in primo luogo, ma è anche una storia di occasioni mancate per entrambe le sue protagoniste e per gli abitanti di questo paesino meridionale alla periferia di Napoli. Mentre in altre parti d’Italia (ma soprattutto nell’avanzata Europa) le donne cominciano a dare primi segni di emancipazione e riescono talvolta a raggiungerla, Lila e Lenù sono oppresse da una realtà gravemente arretrata, nella quale la più grande ambizione per una “femmina” non è lo studio, la carriera, l’amore nelle sue forme più spontanee, ma la creazione di una famiglia, non accanto a un marito, ma a un “buon partito” (che è comunque quello che vuole mia nonna per me nel 2018). Non sembra esserci spazio per le emozioni autentiche, che spesso nel romanzo portano al diffondersi di malelingue o di cattive opinioni su chi ha osato fare della sua vita ciò che voleva.
Questo avviene soprattutto per Lila, dall’inizio del romanzo considerata da Lenù la più forte e determinata delle due, ma oppressa comunque da un sistema che non risparmia nessuno e che deglutisce con ingordigia chi vuole essere diverso. Non c’è spazio per l’intelligenza in una simile situazione, che muta il desiderio autentico di studiare di alcuni personaggi in un’enorme occasione mancata.

C’è inoltre un altro elemento che io ho percepito con grande intensità, forse travisando gli intenti di Elena Ferrante o forse intuendoli. Al tema dell’istruzione si affianca un’altra occasione mancata che riguarda i sentimenti delle protagoniste, costantemente impegnate in un tira e molla frustrante e ambiguo. La figura di Lila, onnipresente nella mente di Lenù, appare prima come un modello di forza che non viene mai meno per l’amica, anche quando la corportatura spigolosa della bambina ribelle e scapestrata lasciano spazio a forme morbide e sensuali di una donna che sfrutta il proprio fascino per ottenere il meglio da quello che può avere. Le parole di Lenù mostrano in modo quasi compulsivo la bellezza totale di questo personaggio, l’acume, la determinazione, la voglia di non essere da meno rispetto a chiunque altro (soprattutto gli uomini), in senso di protezione che ha nei confronti dell’amica. Lila per lei sembra quasi un pensiero ossessivo, che non la lascia mai nemmeno nei momenti intimi che trascorre assieme ai ragazzi. A molti può sembrare solo un’altra manifestazione dell’invidia dei successi di Lila, che sembrano raggiunti sempre senza troppi sforzi, o di rivalità, ma io ci ho visto un chiodo fisso tipico di una qualunque persona innamorata.

All’interno del romanzo una complicità mentale ed emotiva non viene mai raggiunta dalle protagoniste con nessun altro personaggio né femminile, né maschile, tanto che solo gli istanti tra le due risultano appaganti e stimolanti. Nessuno sembra capire queste due eroine come fanno loro stesse e nessuno è in grado di essere alla loro altezza. Pur lontane in molti momenti dell’opera, sono sempre lì l’una per l’altra, sotto forma di pensiero ricorrente o di presenza concreta. Tra le pagine scritte da Elena Ferrante ho inoltre percepito una forte tensione, emotiva e sessuale, tra Lenù e Lila, che (sempre a parer mio) raggiunge l’apice in un momento del romanzo che forse è il più significativo di tutti. Si tratta ovviamente di una mia osservazione personale, di qualcosa che ho percepito e che può non essere condivisa 🙂

Voto: 5 pescetti su 5

Consigliato a chi: vuole dare uno sguardo alla dura realtà di paese negli anni ‘50; non ha paura di perdere la propria bambola; vuole leggere di donne forti e profonde.

Sconsigliato a chi: non apprezza affatto le storie non concluse, vagamente ambigue e ricche di occasioni mancate; non è grato del proprio diritto all’istruzione; non ama le scarpe artigianali.

Domani, 27 novembre 2018, andrà in onda la serie tv tratta da questo meraviglioso romanzo. Se dunque non siete particolarmente interessati a leggere prima il libro, ma volete assistere alle vicende di Lila e Lenù, non perdetevi questo riadattamento, diretto da Saverio Costanzo e definito “evento televisivo dell’anno”. Io sarò sicuramente sintonizzata, pronta ad analizzare la serie scena dopo scena e a scrivere una nuova recensione che metta il prodotto televisivo a confronto con il bellissimo romanzo di Elena Ferrante.

Fatemi sapere se la vedrete…e poi pretendo un vostro parere!

A presto riccetti di mare! <3

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