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Viaggio al centro della terra di Jules Verne: un classico del suo tempo che non passa mai di moda

Ormai lo sapete che non sono una grande appassionata di classici, ma è anche vero che in questa scalata verso l’insidioso e realistico traguardo che mi sono prefissata (diventare una blogger influente, fare i soldi ed essere più ricca della Ferragni) a volte mi trovo costretta a considerare necessario leggere quei grandi libri che hanno fatto la storia, o almeno a tentare l’impresa per capire se fanno per me o no (comunque la mia pigrizia mi spinge anche a escludere a priori alcuni romanzi).

Questa volta è toccato a Jules Verne, che ho deciso di leggere in un momento di brama d’avventura e in occasione dell’uscita in edicola di quelle splendide edizioni riccamente decorate e illustrate dell’edizione Hetzel, distribuite dalla RBA. Io mi sono accaparrata le prime tre uscite, ma ho anche scoperto in un misto di gioia e orrore che sono previste ben 58 pubblicazioni in tutto (ma quanto ha scritto st’omo?)!
Ho iniziato proprio da uno dei suoi romanzi più celebri, Viaggio al centro della terra e devo dire che a parte qualche istante di noia e scarso coinvolgimento durante la lettura si è trattata di un’esperienza mediamente positiva, che mi ha portato a vivere avventure nelle viscere della terra e a scoprire creature e piante meravigliose!

Trama

1863. In una giornata come tante altre l’eccentrico professor Otto Lidenbrock scopre in un libro antico un codice criptato. Dopo vari scervellamenti capisce che si tratta di un messaggio di un tale Arne Saknussemm, un islandese che ha tentato l’impresa di raggiungere il centro della terra. Per il professore, bramoso di conoscenza e di fare la storia con le proprie scoperte scientifiche, è l’occasione della vita e la prova lampante che scendere nel nucleo del pianeta è possibile. Desidera dunque mettersi alla ricerca del vulcano Sneffels, per eguagliare e superare l’esploratore islandese, ma non intende farlo da solo. Coinvolge il recalcitrante nipote Axel, ben più scettico dello strambo Lidenbrock ma incapace di frenare gli entusiasmi del professore. Con l’aiuto della guida locale Hans i due inizieranno un viaggio meraviglioso che dalla fredda Islanda li porterà fino al calore pericoloso del centro della terra.

Recensione

L’autore francese Jules Verne viene comunemente considerato il padre dell’odierna fantascienza o comunque uno dei suoi più illustri rappresentanti. Le sue opere vengono tutt’ora lette da adulti e ragazzi per il clima avventuroso che vi si respira e che riesce a conquistare senza troppi sforzi anche i lettori più giovani.
Il suo essere ancora attuale e avvincente non deve però portare a dimenticare che Viaggio al centro della terra, come tutte le altre opere dell’autore, è profondamente radicato nell’epoca in cui ha visto la luce, in quel clima di fervore scientifico e di fiducia nel sapere umano chiamato Positivismo, che ha caratterizzato la gran parte dell’Ottocento. Seppure il romanzo sia incredibilmente moderno, la sua natura ottocentesca si percepisce nei suoi evidenti limiti conoscitivi, che mostrano imperfezioni nella descrizione del mondo sotterraneo esplorato da Lidenbrock.
Viaggio al centro della terra nasce come romanzo scientifico, ma l’autore con la sua voglia di prediligere l’avventura alla verità empirica delle cose getta le fondamenta per il genere fantascientifico e presenta la sua opera come un godibile romanzo d’avventura per tutte le età.
Il confine tra scienza e fantascienza in Viaggio al centro della terra è molto sottile e spesso viene superato da Verne, che tuttavia presenta l’avventura di Lidenbrock come una qualunque scoperta empirica tipica dell’Ottocento, nonostante l’autore sia ben consapevole che non c’è vero realismo in ciò che narra. Il solo proposito di raggiungere il nucleo del pianeta era già un’idea completamente folle all’epoca della stesura del romanzo, poiché era stato teorizzato che alle sue massime profondità la terra era incandescente. Tentare di raggiungerle sarebbe significato fare la fine del tacchino al Ringraziamento.

Otto Lidenbrock, geologo e mineralogista, è il personaggio più spiccatamente ottocentesco del romanzo, o per meglio dire il più positivista. La sua brama di conoscenza lo rende di un entusiasmo quasi folle e lo priva di quella prudenza che sarebbe richiesta a tutti prima di intraprendere un viaggio così pericoloso come quello che lui e il nipote sono in procinto di fare. Nonostante questo Lidenbrock è considerato una figura positiva nel romanzo, il calcio di inizio di qualcosa di meraviglioso e il pretesto per partire all’avventura. Con il suo modo di fare scoppiettante e impaziente il professore muove il lettore al sorriso, incarnando quasi una parodia dello studioso positivista.

Comunque sia, mio zio, io non l’avrò mai detto abbastanza, era un vero dotto. Benché spezzasse talvolta i suoi campioni nel saggiarli troppo bruscamente, tuttavia congiungeva al genio del geologo l’occhio del mineralogista; con il suo martello, con la sua punta d’acciaio, con il suo ago calamitato, con il suo cannello e con la sua boccetta d’acido nitrico, era un uomo validissimo. Alla frattura, all’aspetto, alla durezza, alla fusibilità, al suono, all’odore e al gusto d’un minerale qualunque, egli lo classificava senza esitazione fra le seicento specie che la scienza conta oggigiorno.

Il diffondersi del movimento culturale del Positivismo, nella prima metà del 19° secolo, non si discostò molto da quello che era stato l’Illuminismo filosofico e si diffuse in forte relazione con la rivoluzione industriale in atto in quel periodo. Questo filone di pensiero esaltava la ragione e il progresso scientifico, apprezzava tutto ciò che era concreto e analizzabile e si poneva in netto contrasto con quella fiducia spesso cieca nei miti e nella religione, tipica dei secoli precedenti.
Questo spirito conoscitivo è proprio ciò che spinge Lidenbrock a decrittare il messaggio cifrato che scova in uno dei vecchi tomi conservati nella sua casa (più simile a un museo che a un’accogliente abitazione).
Se vi sono piaciuti romanzi o film come Il codice Da Vinci, Il mistero dei templari e tutti quei prodotti che narrano di avventure frenetiche, ritrovamenti di tesori e decrittazione di codici, questa premessa vi conquisterà e non vedrete l’ora che il professore decifri il codice in runico, per poi partire con lui e il nipote alla volta della fredda Islanda.
In contrasto con la smania di sapere dell’uomo c’è l’atteggiamento del nostro protagonista Axel, nipote del professore. Axel è un giovanotto per bene, tranquillo e anch’egli appassionato di minerali. Se Lidenbrock non esita a partire all’avventura, Axel rappresenta una sorta di freno a questa ossessione intellettiva cieca. Alla brama di sapere il ragazzo si contrappone con una bella dose di razionalità, dubbio e spesso paura. È lui che tenta in tutti i modi di far rinsavire lo zio e di dissuaderlo dall’idea non proprio “sana” di infilarsi nel cratere di un vulcano e di raggiungere il centro della terra. Sebbene Axel si ponga come freno all’avventura, ciò che lo rende interessante è il fatto che si capisce subito che ha quasi il compito di rappresentarci. Con il suo scetticismo (che più che scetticismo è voglia di non morire nel sottosuolo) incarna proprio il dubbio del lettore, in parte affascinato dall’avventura che sta per cominciare, in parte titubante. E tuttavia, proprio come il lettore, verrà travolto dall’entusiasmo del professor Lidenbrock.
A metà tra queste figure opposte, come a volerle quasi bilanciare, c’è Hans, un cacciatore islandese che viene ingaggiato da Lidenbrock per fare da guida a lui e il nipote all’interno dello Sneffels. Hans non prova mai timore di fronte alle iniziative del professore, ma si mantiene sempre molto prudente nel metterle in atto con una calma particolarmente nordica.

L’arrivo in Islanda è solo l’inizio del viaggio di Lidenbrock e Axel. Attraverso il camino inattivo del vulcano Sneffels essi penetreranno nelle viscere della terra per seguire le orme di Arne Saknussemm e per diffondere al mondo ciò che nessuno prima di allora era stato in grado di spiegare. Ad accoglierli ci sarà un tripudio di minerali di tutti i tipi, che da Verne vengono descritti con meraviglia, ma anche attenzione scientifica per qualcosa che nessuno tranne i protagonisti del romanzo potranno mai vedere.

Attraverso lo strato degli scisti colorati di belle gradazioni verdi, serpeggiavano filoni metallici di rame e di manganese, con qualche traccia di platino e oro. Io pensavo a tante ricchezze nascoste nelle viscere della Terra e di cui l’avida umanità non potrà mai godere, poiché i cataclismi dei primi giorni hanno seppellito tali tesori a così grandi profondità che non vi sarà zappa, vanga o piccone che possa strapparli alla loro tomba.

Con un certo compiacimento Verne ci permette di osservare ciò che ormai è perduto e leggere Viaggio al centro della terra significa proprio sbirciare i particolari di un mondo sconosciuto e pieno di meraviglie, seppur irrealistico e fantasioso. Abbiamo un biglietto per un luogo inesplorato e incredibile, ricco non solo di rocce e minerali, ma anche di creature viventi al limite del plausibile, piante gigantesche e animali sconvolgenti che ormai sono si sono estinti sul suolo terrestre, ma che sopravvivono nel nucleo del pianeta. L’entusiasmo di Lidenbrock di fronte a tutto questo rischia quasi di trasformare quel biglietto in un viaggio di sola andata, avvincente e adrenalinico.

Sul magnetismo di Viaggio al centro della terra non ho insomma nulla da ridire. È una lettura perfetta per chi prova fascino nei confronti della scienza (in particolar modo della geologia e della minerologia) e della fantascienza, e per tutti coloro che cercano un classico non troppo pesante e che sappia intrattenere.
Le poche sfumature caratteriali dei personaggi, il loro scarso approfondimento psicologico e qualche punto morto durante la narrazione mi hanno tuttavia donato qualche piccolo momento di noia e disattenzione, tanto che qua e là mi sono persa sicuramente qualche dettaglio. Le figure sono più simili ad archetipi che a veri e propri personaggi indipendenti da etichette. Abbiamo infatti il professore esuberante, un po’ pazzo e pronto a lanciarsi un’avventura che potrebbe farlo fuori alla prima gettata di magma dello Sneffels; abbiamo il giovane timoroso e cauto che poi non può fare a meno di essere coinvolto dal fervore scientifico dello zio; abbiamo infine la guida nordica taciturna, che esegue gli ordini ed è capace di trovare la soluzione di tutto, meticoloso e preciso come un mobile Ikea. A parte questo, sono buoni personaggi, spesso divertenti nel loro essere esasperazioni di atteggiamenti umani e la narrazione, scandita da scoperte sconvolgenti, da meraviglie del sottosuolo e da istanti di disperazione e sconforto risulta nel complesso piuttosto godibile.
Viaggio al centro della terra ha i suoi limiti evidenti, ma lo consiglio per il suo essere moderno, innovativo e appassionante. Per chi volesse comprarlo, inoltre, raccomando l’edizione della Collezione Hetzel, impreziosita da una copertina meravigliosa e da illustrazioni davvero carine.

Voto: 3,5 pescetti su 5

Consigliato a chi: non ha paura di soffrire un po’ il caldo; cerca l’avventura!; adora i personaggi un po’ archetipici; vuole assistere a un incontro di boxe tra un Ichthyosaurus e un Plesiosaurus.

Sconsigliato a chi: pretende il rigore scientifico nelle descrizioni; pensa che il vero posto di un diamante sia l’anulare; non ne vuole sapere di codici da risolvere e viaggi da intraprendere; desidera solo una lettura tranquilla senza imprevisti o colpi di scena.

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